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La fidanzata del mio amico (parte 35)


di Sicilydoc85
27.05.2026    |    2.497    |    2 9.6
"Si mise in ginocchio davanti a me, che ero seduto sulla poltrona intento ad osservarla..."
Mercoledì pomeriggio.
Maria aveva interrotto le sessioni di finto studio per concentrarsi in casa alla reale preparazione dell'imminente esame.
Letizia, piuttosto soddisfatta per la maratona del lunedì, era proiettata mentalmente al weekend ed al nuovo gioco da inventarsi.

Andai in palestra nel tardo pomeriggio, dopo il lavoro.
Lì trovai Venera.
Si illuminó gli occhi.
La salutai, venne verso di me e mi diesel un bacio sulla guancia, a ridosso delle labbra.
Qualche convenevolo, poi affondó sussurandomi all'orecchio - "Sono sola per una decina di giorni,..vieni da me stasera? Voglio che mi fai male! Me lo merito dopo che sono venuta da te solo per svuotarti le palle!"

Accettai, avevo una certa voglia di alzare l'asticella di depravazione ed umiliarla.

Quel mercoledì notte non era fatto per dormire.
Era fatto per consumare l’anima di una donna che aveva scelto di rinunciare a ogni briciolo di dignità.

Il fidanzato di Venera era lontano, sperduto in qualche albergo anonimo per un viaggio di lavoro che lo avrebbe tenuto via dieci lunghi giorni.

Dieci giorni in cui quel povero illuso pensava che la sua ragazza stesse a casa a guardare la televisione, aspettando la sua telefonata della buonanotte e quel sesso tiepido che lei lamentava quando parlava con me, ripetitivo e geometrico.
​Ma Venera era sul suo divano.
Anzi, era ai miei piedi.

​Alle 23:30, bussai alla sua porta.
Mi aprì con solo il suo trench nero abbottonato fino al mento.
Non appena avevo richiuso la serratura alle sue spalle, l'avevo afferrata per i capelli, tirandole la testa all'indietro per costringerla a guardare il soffitto.

Non aveva accennato a un lamento.
Dalle sue labbra era uscito solo un sospiro caldo, umido, di pura sottomissione.
Le avevo sbottonato il cappotto con gesti violenti, strappando quasi l'ultimo bottone, lasciandolo cadere sul pavimento.
Sotto non aveva nulla se non un completino di pizzo nero talmente trasparente da lasciare scoperti i capezzoli turgidi per il freddo e per la paura.

​Io — “Quindi il tuo uomo è via, cagna. Ti ha lasciata sola a fare la brava fidanzata?”

​Venera era scivolata immediatamente in ginocchio sul parquet, le mani giunte sulle mie cosce, gli occhi lucidi di una febbre perversa che solo io sapevo alimentare.

​V — “Lui non sa nulla... non capisce nulla. È un idiota. Fa l'amore come se stesse leggendo un manuale d'istruzioni. Mi accarezza, mi chiede il permesso... mi fa schifo. Io voglio te. Voglio che mi distruggi. Trattami come la tua cagna, ti prego. Sono qui solo per essere la tua schiava.”

​La trascinai in camera da letto tenendola per il pizzo del reggiseno, che si tese fino a lacerarsi leggermente sul seno sinistro.
Sul letto lanciai lo zaino che avevo sulle spalle, con dentro il campionario della sua condanna: corde di canapa grezza, manette d'acciaio, una benda di raso nero e il frustino flessibile.

​Io — “Mettiti a pancia in giù. E non azzardarti a muoverti finché non te lo dico io.”

​Venera eseguì all'istante, premendo il viso contro il copriletto di seta.
Presi le corde.
Non volevo un legame morbido.
Volevo uno shibari punitivo, che le bloccasse le giunture e le costringesse i muscoli in una posizione di totale vulnerabilità.
Le legai i polsi dietro la schiena, stringendo i nodi fino a far sbiancare le nocche, poi passai la corda attorno al collo e giù, fino alle caviglie, piegandole le gambe all'indietro.
Ogni volta che provava a distendere le cosce, la corda sul collo tirava, costringendola a inarcare la schiena in una curva oscena.

​Le passai la benda sugli occhi, stringendola forte.
Il buio la inghiottì, lasciandola sola con i suoi respiri affannosi e il rumore dei miei passi nella stanza.

​Io — “Chissà cosa sta facendo ora il tuo fidanzatino... Magari ti ha mandato un messaggio per dirti che gli manchi. Magari pensa che tu stia dormendo nel vostro letto matrimoniale.”

​Venera emise un gemito soffocato dal cuscino, muovendo il bacino contro il materasso.

​V — “Quel fallito...starà dormendo con il pigiama stirato, alle 22 è sempre già in coma. Se sapesse che la sua donna è legata come un animale, pronta a farsi spaccare da un vero maschio, morirebbe! Spaccami, ti prego... fammi sentire la differenza tra un uomo e una larva!”

​Prendendo il frustino flessibile, iniziai a colpirla sulle natiche e sull'interno coscia.
Il suono della pelle che riceveva il colpo risuonava secco nel silenzio della stanza.
La pelle bianca di Venera reagì subito, tingendosi di strisce rossastre.
Lei urlava nel cuscino, ma erano urla di puro delirio erotico, inarcava il sedere verso l'alto, cercando il dolore, implorando altri colpi.

​Io — “Questo è per ogni volta che ti ha toccata con le sue mani pulite. Questo è per ricordarti di chi è questa carne.”

​V — “Sì, padrone! Colpisci più forte! Cancella il suo ricordo... sono la tua troia, marchiami!”

​Mentre lei sussultava sotto i colpi, presi lo smartphone e lo poggiati sul comodino accanto al letto.
Accesi la luce della lampada, puntandola direttamente sul suo corpo legato e arrossato.
Volevo che ogni millimetro di quella degradazione rimanesse impresso Nel video.

​Presi un fallo di gomma imponente, nero, e un vibratore a proiettile. Senza usare lubrificante, con la sola violenza del mio comando, le spinsi il fallo di gomma dentro, mentre con l'altra mano le premevo il vibratore alla massima potenza sul clitoride.

Venera, impossibilitata a muoversi per via delle corde che le stringevano il collo a ogni sussulto, iniziò a tremare violentemente.

Era intrappolata in una gabbia di piacere e dolore.

​Io — “Guarda come vibri per la plastica, cagna. Il tuo ragazzo ci passa le ore a leccarti per farti bagnare, e a me basta un pezzo di gomma per farti pisciare addosso dal piacere. Dimmi, ti piace essere usata così?”

​V — “Ahhh! Marco... mi fa morire... lui è un impotente, non mi ha mai fatta godere così! Mi fa schifo il suo cazzo piccolo, voglio il tuo... voglio che mi sfondi con le tue mani, lasciami questa plastica dentro, lasciami morire così!”

​Sganciai i nodi delle caviglie ma le lasciai i polsi legati dietro la schiena.

La girai di colpo, togliendole la benda solo per costringerla a guardare l'obiettivo della videocamera che stava registrando tutto.

I suoi occhi erano immobili, le labbra spalancate, la bava che le bagnava il mento.
La montai con foga, spingendo fino in fondo, sentendo le sue pareti contrarsi in un orgasmo violento e continuo.

Ogni mio affondo faceva sbattere la sua testa contro la testata del letto.

​La insultavo, ricordandole quanto fosse zoccola a stare lì mentre il suo uomo lavorava per pagarle la casa, e lei rispondeva ridendo tra le lacrime, rincarando la dose, insultando la debolezza del fidanzato e lodando la durezza e la grandezza del mio membro.

​Sborrai con un ruggito sulla sua pancia, lasciando che il seme caldo si mescolasse al sudore e ai segni delle corde.

​Erano le 2 di notte quando decisi che il gioco era finito.
Le tagliai le corde con un coltello a serramanico, lasciando i pezzi di canapa sul letto.
Venera rimase immobile per dieci minuti, incapace di muovere le gambe, con i polsi segnati da solchi violacei profondi.
I segni rossi sulla pelle, i graffi sulla schiena, qualche livido era già spuntato.
​Si trascinò in bagno a fatica, lavandosi alla meglio senza usare il sapone, perché voleva — parole sue — "portarsi addosso il mio odore per tutta la settimana".

​Quando tornò in camera, indossó una camicetta da notte davanti a me con una lentezza che somigliava a un rituale sacro.

Si mise in ginocchio davanti a me, che ero seduto sulla poltrona intento ad osservarla.
Mi afferrò le caviglie e mi baciò la punta delle scarpe.

​V — “Grazie, mio Padrone. Grazie per avermi ricordato cosa sono davvero. Per tutta la settimana, ogni volta che lui mi chiamerà al telefono, io penserò a questo letto. Penserò al frustino. E se mi chiederà di mandargli una foto, io gli manderò un primo piano degli occhi, chissà se si renderà conto del mio nuovo sguardo, quello della troia che mi hai reso.”

​Uscì nel corridoio camminando a gambe aperte, sfinita, svuotata di ogni dignità, ma con il volto estasiato di chi ha finalmente trovato la propria prigione perfetta.
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